In Rilievo

«VENITE ADOREMUS DOMINUM»

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Santo Natale

A te che cerchi Gesù, perché soffri come Lui soffriva, quando gli calpestavano i piedi e le mani sotto la Croce.

A chi è solo al mondo e non ha più nessuno.

A chi ha per Madre la Vergine Maria e Padre il buon Signore, poiché ha scoperto finalmente chi sono i veri genitori.

A chi cerca giustizia e non la trova.

A chi ama anche quando viene dimenticato e abbandonato, tradito dagli stessi amici e fratelli. Dai propri Pastori.

A chi cerca calore nel cuore degli uomini illudendosi di trovarlo.

A chi ha capito che solo Dio può appagarlo.

A chi ha il sentimento della verità, di andare avanti e non dispera mai.

A chi non combina guai.

A chi non si lascia mettere guinzagli al collo da nessuno, perché ha il coraggio di essere un uomo, anziché un cane da passeggio.

A chi si umilia e chiede scusa perché ha capito di aver sbagliato, di ever offeso il prossimo suo come se stesso.

A chi sceglie la Grazia anziché il peccato.

A chi ha il coraggio di chiedere aiuto.

A chi ha la forza di perdonare.

A chi sa vincere il proprio orgoglio ed ogni superbia con atti profondi di umiltà e carità.

A chi non si accontenta di poco, ma vuole tutta la verità.

A chi vive per l’onestà, la santità.

A chi non si arrende al proprio dolore, ma scavando di più trova sorpreso l’acqua e l’amore. Trova Gesù.

A chi scorge uno spiraglio di luce in piena notte. Quando tutto sembra perduto.

A chi si rialza dopo aver inciampato.

A chi sa discernere il bene dal male, e non si lascia infinocchiare.

A chi non si ferma dalla paura, ma continua a marciare avanti a passi da gigante.

A chi non sceglie occhio per occhio, ma lascia a Dio la sua vendetta.

A chi crede nella forza dei “deboli”, nell’Agnello che ha vinto il lupo.

A chi piange alla luce del sole senza provar vergogna, nessun rossore.

A chi è puro, mite e umile di cuore, al vero adoratore.

A chi confessa il proprio peccato e accusa se stesso non solo in privato.

A chi non è indifferente e si pente.

A chi canta alla vita, invece d’ucciderla in grembo accanita.

A chi si guarda allo specchio e non mente.

A chi non accetta la menzogna, fosse pure a metà, minima di realtà.

A chi ama navigare in un mare di verità.

A chi rimane in piedi dritto piuttosto che “piegato” in ginocchio.

A chi ha il coraggio di dire basta alla viltà e all’omertà.

A chi fino alla fine continua a combattere invece di andare a sbattere, morire tiepido e vomitato da Dio.

A chi prega e digiuna con i piedi per terra.

A chi vive in pace piuttosto che in guerra.

A chi ha una malattia e sa che “guarirà” nonostante nessuno glielo dirà. Perché gli servirà di “” non appena in “pace” vi giungerà.

A chi confida nell’Altissimo e crede nei Novissimi, alle verità eterne: morte, giudizio, inferno e paradiso.

A chi ha compreso che l’umano volere è un orrore senza la Volontà di Dio e il suo amore.

A chi crede che Dio, maschio e femmina li creò, l’uomo per la donna e la donna per l’uomo. Una carne sola, un solo Volere.

A chi crede che la fine dei tempi sarà la fine degli empi. Questa.

A chi rimane a Cristo fedele per sempre e resiste contro ogni avversità, giacché nulla può impedirgli di restare saldo alla verità.

A te che cerchi la vera fede, la libertà. Quella felicità che solo il bambino di Betlemme è venuto a portarci in quantità.

Sì, tanti tanti auguri, anime belle. Che meritate onore e gloria, la corona della vittoria, al cospetto del gran Re.

 

Luciano Mirigliano

Chiesa Cattolica

«L’AMORIS LAETITIA DI PAPA FRANCESCO È UN ATTO DELLA DIVINA VOLONTÀ?»

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Oggi è Santa Lucia (283 – 304 d.C.), grande martire cristiana. Una vergine uccisa durante le persecuzioni di Diocleziano a Siracusa.

In suo onore, con quegli stessi occhi sacrificati a Cristo, ossia alla verità desidero proporre a coloro che la cercano sul serio, uno sguardo sincero sul nostro panorama di allarmante attualità. Desidero riportare l’attenzione sui gravi tempi spirituali della Chiesa nella sua dolorosa passione. Questa coraggiosa e straordinaria dissertazione che segue, merita ancora tutta l’attenzione teologica dei buoni pensatori. Di un buon pensatore onesto come il filosofo cattolico J. Seifert, amico e collaboratore di Benedetto XVI e Giovanni Paolo II.

Egli interroga i “cattolici” e si interroga in tutta umiltà:

“Come possono Gesù e la sua Madre santissima leggere e paragonare queste parole del Papa con quelle di Gesù e della sua Chiesa senza piangere?”.

Luciano Mirigliano

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(di Josef Seifert) In tutto il mondo molte voci di gioia e lode hanno risposto all’ultimo documento di Papa Francesco, Amoris laetitia. Questo testo contiene indubbiamente numerosi passaggi molto belli e profonde verità che danno gloria a Dio e rallegrano il lettore. Il testo irradia l’amore misericordioso di Dio e del Papa verso tutti e contiene grandi perle di saggezza.

Nonostante la letizia della Gioia dell’amore e tutte le lodi che ne hanno tessuto vescovi e cardinali, trovo che alcuni passaggi dell’esortazione apostolica e, in particolare, quelli che avranno maggiori conseguenze, siano motivo di tristezza.

Tali passaggi, che talvolta sono nascosti in poche righe e note a piè di pagina nell’ottavo capitolo, soppiantano alcune delle più belle parole misericordiose e delle più severe ammonizioni di Gesù e, di primo acchito, sembrano respingere alcune dottrine perenni e parti della disciplina sacramentale della Chiesa. A mio avviso, pertanto, rischiano una valanga di conseguenze molto dannose per la Chiesa e per le anime.

Sì, perché Gesù non condanna la donna adultera che, secondo la legge di Mosè, meritava la morte, ma le dice: “Va ed’ora in poi non peccare più”.

Il suo successore Francesco, citando il Sinodo, dice alla donna adultera che, anche se continuerà a peccare in modo grave, non dovrebbe sentirsi scomunicata:

Essi non solo non devono sentirsi scomunicati, ma possono vivere e maturare come membra vive della Chiesa, sentendola come una madre che li accoglie sempre, si prende cura di loro con affetto e li incoraggia nel cammino della vita e del Vangelo” (AL, 299).

Ciò che dice il Papa qui è vero (dal cambiamento del diritto canonico nel 1983): i divorziati che hanno contratto (senza la nullità del primo matrimonio) una seconda unione non sono automaticamente scomunicati come in passato. Non lo sono infatti. La scomunica è il castigo ecclesiastico più severo con il quale vengono puniti dalla Chiesa solo alcuni peccati molto gravi. La scomunica può essere data automaticamente (per esempio per eseguire un aborto o collaborare a questo scopo) o esplicitamente mediante un atto del vescovo. L’adulterio, che io sappia, non è stato mai punito con la scomunica. Nel codice di diritto canonico del 1917, tuttavia, l’adulterio e il risposarsi (matrimonio civile) fu considerato punibile con la scomunica. Il canone 2356 considerò questo atto un caso di bigamia (e oggettivamente lo è, se il vincolo del primo matrimonio continua a esistere). Nel Codex iuris canonici si dice che i bigami sono quelli che si sposano civilmente, mentre il vincolo matrimoniale con un’altra persona continua a esistere. Il CIC chiede di avvertirli che il loro atto porterà alla scomunica. E se dopo essere stati informati continueranno a convivere devono essere scomunicati.

Papa Francesco “dice che è sbagliato se un compagno di una coppia divorziata inganna la sua compagna (adultera) perché questa non gli permette di avere rapporti sessuali”. Non nego che alcuni valori umani esistono rimanendo fedeli nell’ambito di una relazione adultera e bigama. Né pretendo che “la fedeltà nella coppia adultera non abbia senso”. Direi però che un atto sessuale commesso al di fuori dei rapporti tra la coppia bigama non è necessariamente, e di fatto non è mai, solo moralmente peggiore degli atti dei “fedeli adulteri civilmente sposati”. Questo “inganno”, infatti, se avviene in un “matrimonio” adultero assume, almeno da un punto di vista religioso, un “valore negativo” minore di un atto sessuale tra la coppia adultera “risposata” per l’aspetto “bigamo” e perché attraverso la pretesa di “contrarre un nuovo matrimonio” i suoi atti sono in un certo senso peggiori del “semplice adulterio”.

Tutto questo è indubbiamente l’insegnamento della chiesa che mai punisce un adulterio con la scomunica, ma in passato punì con la scomunica quanti contraevano un nuovo matrimonio civile in una relazione adultera.

In particolare, rompere un vincolo sacramentale del matrimonio è evidentemente un peccato non paragonabilmente peggiore dell’inganno in un matrimonio adultero civile non valido dal punto di vista ecclesiastico. In un simile “adulterio” contro la coppia adultera non si viola un vincolo sacramentale del matrimonio che non esiste tra la coppia divorziata e risposata.

In questo modo si viola solo un vincolo umano (che sul piano religioso e morale è un vincolo intrinsecamente nullo e sbagliato).

In generale, quindi, trovare “valori positivi” in relazioni omosessuali e adultere, dire che la chiesa dà il “benvenuto” a quanti la praticano, ecc. è un linguaggio che, benché abbia un granello di verità, corre il rischio di un oscuramento dei valori massimi e reali e dei demeriti dei quali si tratta.

Se la relazione, secondo nostro Signore, è un adulterio, è un male se la coppia non vive “come fratello e sorella”, nel cui caso può essere un amore di grande valore. Quanto all’osservazione di Papa Francesco che se le coppie risposate si comportano soggettivamente a partire da una coscienza pura e pertanto possono essere in uno stato di grazia che consentirebbe loro di ricevere la Santa Comunione fruttuosa per le loro anime, non nego tale possibilità.

Insisto tuttavia che non possiamo ritenere che questo sia il caso normale di una coppia divorziata e risposata. Perché allora il Sinodo e il Papa trattano questo caso degli “adulteri innocenti” quasi come un caso normale e concedono alle “coppie irregolari”, come l’amico del Papa e probabile coautore dell’AL dichiara, l’“accesso completamente libero all’Eucaristia”, “eliminando tutti gli ostacoli”?

Perché non appare mai una sola parola sul pericolo reale del sacrilegio, se coppie adultere o bigame ricevono la Sacra Comunione? Perché su 250 pagine non vi è neanche una parola sulla dichiarazione delle Sacre Scritture che “nessun adultero entrerà nel Regno di Dio”? Neanche una parola che affermi ciò che san Paolo dice, ossia che chi mangia e beve indegnamente il corpo e il sangue di Cristo mangia e beve il proprio giudizio? Non sarebbe misericordioso ricordare queste parole alle “coppie irregolari” invece di considerarli “membra vive della Chiesa”?

Questo era senza dubbio il punto di vista di Suor Faustina, l’apostola della misericordia, che scrisse nel suo diario che oggi [fine ottobre 1936] sotto la guida di un angelo, sono stata negli abissi dell’inferno. E un luogo di grandi tormenti per tutta la sua estensione spaventosamente grande. Queste le varie pene che ho viste: la prima pena, quella che costituisce l’inferno, è la perdita di Dio; la seconda, i continui rimorsi di coscienza; la terza, la consapevolezza che quella sorte non cambierà mai; la quarta pena è il fuoco che penetra l’anima, ma non l’annienta; (…) la quinta pena è l’oscurità continua, un orribile soffocante fetore (…); la sesta pena è la compagnia continua di satana; la settima pena è la tremenda disperazione, l’odio di Dio, le imprecazioni, le maledizioni, le bestemmie. (…) Quello che ho scritto è una debole ombra delle cose che ho visto. Una cosa ho notato e cioè che la maggior parte delle anime che ci sono, sono anime che non credevano che ci fosse l’inferno”.

Se un cambiamento della disciplina della Chiesa ammette coppie che oggettivamente vivono in un peccato talmente grave da essere fino a poco tempo fa scomunicate automaticamente, un silenzio totale sul pericolo reale di “mangiare e bere il proprio giudizio per ricevere indegnamente l’Eucaristia” è incomprensibile, perché questo pericolo così grave è certamente presente se le coppie che vivono in adulterio ricevono la Santa Comunione. E se le parole delle Sacre Scritture dicono questo, non dirlo neanche con una sola sillaba o negarlo esplicitamente affermando che “nessuno sarà condannato per sempre” non è, credo, un atto di misericordia, ma di grande crudeltà.

Ritengo, pertanto, che per preservare la santità del matrimonio e dell’Eucaristia e per evitare uno scandalo pubblico enorme, sia necessario dire alle coppie che talvolta, grazie alla purezza della loro coscienza, sono in stato di grazia, che devono ricevere la “comunione spirituale” che non suscita né scandalo pubblico né comporta il rischio di un sacrilegio.

Se vivono oggettivamente e soggettivamente in uno stato di peccato, inoltre, non si deve dire loro che sono “membra vive della Chiesa”, se non si convertono dal peccato di adulterio.

Naturalmente è vero e può essere un gran conforto per queste coppie sapere che la misericordia di Dio è sempre presente; tuttavia è del tutto assente il “Va e non peccare più”, manca l’invito alla conversione dal peccato e un divorziato civilmente sposato non è “un membro vivo della Chiesa” e non “va nel cammino della vita e del Vangelo” se non si converte, anche se può sempre intraprendere questa strada aperta a tutti grazie alla confessione e al pentimento.

Con tutta la sua misericordia, Gesù ci avverte 15 volte in modo esplicito che esiste il pericolo della condanna eterna se persistiamo in un peccato grave; mentre il suo successore ci dice che “Nessuno può essere condannato per sempre, perché questa non è la logica del Vangelo! Non mi riferisco solo ai divorziati che vivono una nuova unione, ma a tutti, in qualunque situazione si trovino” (AL, 297). Anche se nel contesto non è chiaro di quale condanna “per sempre” parla il Papa, il significato che sembra imporsi è che non esiste né inferno né pericolo di finirci, dato che Francesco non ha parlato di “nessuna condanna per sempre da parte della Chiesa”, che oggettivamente non esiste e che Papa Francesco non hai mai menzionato. (Alla luce di tutte le sue belle parole sulla misericordia divina come modello per la Chiesa è ovvio che il Papa non ammette la minima possibilità di una “condanna per sempre da parte della Chiesa”. Pertanto non vedo nessun’altra interpretazione ragionevole di queste parole salvo che il Papa escluda in questo passaggio una condanna eterna, cosa che sarebbe un’eresia).

Gesù alla donna adultera e a noi dice il contrario attraverso l’apostolo Paolo: vale a dire che nessun adultero (non convertito, come lei) entrerà nel regno di Dio e quindi tutti saranno “condannati per sempre”:

Cor. 6, 9: Non sapete che gli ingiusti non erediteranno il regno di Dio? Non illudetevi: né immorali, né idolàtri, né adùlteri, 6, 10 né effeminati, né sodomiti, né ladri, né avari, né ubriaconi, né maldicenti, né rapaci erediteranno il regno di Dio”.

Papa Francesco dice agli adulteri che è possibile per essi vivere nella grazia di Dio e, mediante la santa Eucaristia, crescere in grazia anche senza ritorno o conversione dalla vita adultera (nonostante questo cambiamento renda il matrimonio cattolico molto desiderabile) (AL, 297).[1]

Se si considera che il padre gesuita Antonio Spadaro è uno stretto collaboratore del Papa non si può dubitare quanto dice:

L’Esortazione riprende dal documento sinodale la strada del discernimento dei singoli casi senza porre limiti all’integrazione, come appariva in passato”[1].

Gesù, attraverso il suo Apostolo, dice alla donna e all’uomo adultero che è necessario fare un esame di coscienza prima di ricevere il corpo e il sangue di Cristo, se non si vuole commettere un sacrilegio e mangiare e bere il proprio giudizio:

27° Perciò, chiunque mangerà il pane o berrà del calice del Signore indegnamente, sarà colpevole verso il corpo ed il sangue del Signore.

28° Or provi l’uomo se stesso, e così mangi del pane e beva del calice;

29° poiché chi mangia e beve, mangia e beve un giudizio su se stesso, se non discerne il corpo del Signore”.

In altre parole, si tratta di un compiere sacrilegio e mettere in pericolo la propria anima.

Papa Francesco, che neanche una volta menziona il possibile sacrilegio o pericolo per le anime di quanti si comunicano indegnamente, dice agli adulteri che in certe circostanze, da decidere caso per caso, è possibile per chi vive in adulterio o in altra unione “irregolare” accedere alla santa Comunione senza cambiare la propria vita e continuando a vivere da adulteri[3].

Dio ordina alla moglie adultera e a ciascuno di noi, in assoluto, senza condizioni, “non commettere adulterio!”.

Papa Francesco insegna che questi comandamenti divini sono espressione dell’ideale (Zielgebote) che pochi possono raggiungere, come se si trattasse di puri consigli evangelici validi solo per coloro che cercano una perfezione superiore e non comandamenti riservati a tutti.

Dio dice senza condizioni “non commettere adulterio!”.

Il Papa dice che se la donna adultera non potrà separarsi dall’adultero (quando, per esempio, la separazione della coppia civilmente sposata provocherebbe danni ai figli), ma vive con lui come sorella (cosa che la Chiesa cattolica ha sempre preteso in tali situazioni), praticherebbe uno stile di vita che può causare l’“infedeltà” propria o quella del partner. Nel caso di minaccia di infedeltà tra i due adulteri, secondo il Papa, piuttosto che vivere come sorella, è meglio che la donna adultera abbia rapporti intimi con il suo uomo. In tal caso, dunque, sarebbe meglio continuare a vivere in adulterio piuttosto che come fratello e sorella. Per provare questa tesi il Papa cita testi che si riferiscono a matrimoni, non a “unioni irregolari” (soprattutto per quanto riguarda l’astensione temporale limitata, in ottemperanza all’Humanae Vitae). Tali testi, inoltre, non permettono che in un matrimonio si eviti il pericolo, di cui parla l’apostolo Paolo, per mezzo di un peccato.

Esiste il caso di una seconda unione consolidata nel tempo, con nuovi figli, con provata fedeltà, dedizione generosa, impegno cristiano, consapevolezza dell’irregolarità della propria situazione e grande difficoltà a tornare indietro senza sentire in coscienza che si cadrebbe in nuove colpe. La Chiesa riconosce «situazioni in cui l’uomo e la donna, per seri motivi – quali, ad esempio, l’educazione dei figli – non possono soddisfare l’obbligo della separazione»” (329).

NOTA 329: “…In queste situazioni, molti, conoscendo e accettando la possibilità di convivere «come fratello e sorella» che la Chiesa offre loro, rilevano che, se mancano alcune espressioni di intimità, «non è raro che la fedeltà sia messa in pericolo e possa venir compromesso il bene dei figli»” (Conc. Ecum. Vat. II, Const. past. Gaudium et spes, sulla Chiesa nel mondo contemporaneo, 51)[4].

Come possono Gesù e la sua Madre santissima leggere e paragonare queste parole del Papa con quelle di Gesù e della sua Chiesa senza piangere? Como può lo stesso Papa Francesco paragonarle senza piangere? Piangiamo dunque con Gesù, con profondo rispetto e affetto per il Papa, e con il dolore profondo che nasce dall’obbligo di criticare i suoi errori! E preghiamo affinché il Papa stesso o un Santo Concilio revochino queste false dottrine contrarie alle sante parole di Cristo, che mai moriranno, e alle sante dottrine della Chiesa!

Non è possibile, come propongono alcuni eccellenti cardinali e laici (come Rocco Buttiglione), leggere queste poche ma pregnanti parole della Amoris Laetitiaconsiderandole in armonia con le parole di Cristo o con le dottrine della Chiesa!

Qualcuno potrebbe chiedermi come io, misero laico, possa criticare un Papa. Rispondo: il Papa non è infallibile se non parla ex cathedra. Vari Papi (come Formoso e Onorio I) furono condannati per eresia. Ed è nostro santo dovere – per amore e per misericordia per tante anime – criticare i nostri vescovi e persino il nostro caro Papa, se essi deviano dalla verità e se i loro errori danneggiano la Chiesa e le anime. Quest’obbligo fu riconosciuto nella Chiesa fin dall’inizio.

San Paolo resistette al primo Papa, san Pietro, con dure ed energiche parole, quando egli, nella sua decisione pratica, deviava dalla verità e dalla volontà di Dio. Sant’Atanasio resistette a Papa Liberio che firmò una dichiarazione che conteneva l’eresia ariana o semi-ariana, che negava la vera divinità di Gesù Cristo. Questo Papa, davanti alla critica di sant’Atanasio, scomunicò sant’Atanasio ingiustamente, commettendo un errore contro il quale vi furono laici che levarono le loro voci e che fu corretto in seguito. E oggi la Chiesa, che deve in parte a questo Santo la preservazione della sua fede, celebra la sua festa in tutto il mondo.

Alcuni laici resistettero a Papa Onorio che fu poi condannato per eresia per essersi dichiarato a favore della eresia monotelita (che negò le due nature e le due corrispondenti volontà umane e divine della medesima persona Gesù Cristo). Laici protestarono contro l’eresia di Papa Giovanni XXII sulla visione beatifica, un’eresia che Giovanni XXII stesso revocò un giorno prima della sua morte con la bolla Ne super his e che fu condannata nella bolla Benedictus Deus dal suo successore Benedetto XII.

Seguiamo allora, senza paura, tali sublimi esempi di amore per la verità e per la Chiesa e non acconsentiamo mai se vediamo che Pietro è caduto in un errore. Papa Francesco stesso ci esortava a fare esattamente questo e a criticarlo invece di mentire al mondo cattolico o di adularlo. Prendiamo a cuore le sue parole, ma facciamolo umilmente e solo per amore di Gesù e della sua Santa Chiesa, per asciugare le lacrime di Gesù e per glorificare Dio in veritate.

In conclusione: se non è possibile, come non lo è, interpretare le affermazioni dell’AL, quelle menzionate e altre, in continuità con il magistero sempiterno della Chiesa, dobbiamo chiedere umilmente, ma con forza, e in modo deciso al Santo Padre che egli stesso revochi questi errori gravi o, almeno, corregga queste frasi che quasi nessun lettore dell’AL può intendere come conseguenze delle Sacre Scritture, ma che tutti (compreso le Conferenze episcopali come quella delle Filippine) interpreteranno inevitabilmente, più o meno subito, con un significato errato che nessun Papa deve affermare essere la verità. Come il Papa stesso, e non cattivi giornalisti o interpreti dell’AL, ha detto queste e altre cose false, credo che spetti al Papa sostituirle con la verità, affinché la parola della Santa Eucaristia e della Costituzione dogmatica Lumen Gentium si verifichi in modo glorioso e che la Chiesa si mostri a tutti come epifania e “ferma colonna della verità” e come forno di fuoco di un amore e di una misericordia infinita, ma in veritate.

[1] In certi casi potrebbe essere anche l’aiuto dei sacramenti. Per questo “ricordo ai sacerdoti che il confessionale non deve essere una sala di tortura, ma il luogo della misericordia del Signore”, Esort. ap. Evangelii gaudium (24 novembre 2013), 44: AAS 105 (2013), 1038. Sottolineo inoltre che l’Eucaristia “non è un premio per i perfetti ma un generoso rimedio e un alimento per i deboli” (ivi, 47: 1039).

[2] Si veda

[3] AL n. 306.

 [4] Questo rimando alla fedeltà in Gaudium et Spes si riferisce solo al matrimonio e non, come nell’AL, a rapporti extraconiugali. Non conosco nessun altro testo ecclesiastico (a parte l’AL) nel quale si parla della fedeltà tra adulteri come virtù o dell’infedeltà tra loro come vizi o addirittura come mali più gravi dell’adulterio.

[1] Antonio Spadaro, S.I., “Amoris Laetitia”. Struttura e significato dell’Esortazione apostolica post-sinodale di Papa Francesco, LaCiviltà  Cattolica, p. 119. Sandro Magister rende la posizione in questo modo: “Francesco ha tolto tutti i “limiti” del passato, anche nella “disciplina sacramentale”, per le coppie “cosiddette irregolari””: il termine “cosiddette” non è del padre Spadaro, ma del Papa e secondo lo storico della Chiesa Alberto Melloni “vale tutta l’esortazione”, perché solo lui assolve queste coppie e le fa diventare “i destinatari dell’Eucaristia”. Sandro Magister, “Roma: Francesco e Antonio, una coppia in ottima compagnia”, Magister aggiunge: E la norma vuole che la presentazione che ne ha fatto Spadaro in “La Civiltà Cattolica” sia stata consegnata a Francesco prima di essere pubblicata. Una ragione in più per ritenere che questa esegesi del documento è stata autorizzata dal Papa rivelando così le sue intenzioni reali” (12 aprile 2016).

https://evangelizadorasdelosapostoles.wordpress.com/2016/04/12/roma-francisco-y-antonio-una-pareja-en-optima-compania/. Alberto Melloni afferma: “Francesco dice a questi sacerdoti che hanno amministrato la comunione ai divorziati risposati sapendo ciò che facevano che non hanno agito contro la norma, ma secondo il Vangelo”.

 

FONTE: corrispondenzaromana.it

Chiesa Cattolica

«IL PICCOLO RESTO»

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I tempi ci indicano chiaramente che è giunto sulla terra il momento cruciale degli uomini di scegliere, di rinunciare a tutto ciò che può nuocere, mettere in pericolo non solo la vita umana, ma soprattutto la stessa salvezza dell’anima.

Solo la “fede” potrà salvarci, liberandoci da ogni accanimento, dagli attaccamenti sordidi dell’umano volere. Siamo nati per il Cielo, per conoscere, amare e servire Dio nella sua adorabile Divina Volontà. (Cfr. Rm 9)

Ritorni la polvere alla terra, com’era prima,
e lo spirito torni a Dio che lo ha dato. Vanità delle vanità, dice Qoèlet,
e tutto è vanità.” (Qoèlet 12, 7-8)

 

Fiat Voluntas Tua

Luciano Mirigliano

 

 

GIOVANNI PAOLO II A FULDA

Nell’ottobre del 1981, la rivista tedesca Stimme des Glaubins pubblicò un articolo riguardante una discussione avvenuta tra Papa Giovanni Paolo II ed un gruppo selezionato di Cattolici Tedeschi nel novembre del 1980. Ecco di seguito la trascrizione letterale di quella discussione:

Domanda: “Cos’è del segreto di Fatima? Esso doveva venire pubblicato già nel 1960”.
Risposta (del Santo Padre): “Per il suo contenuto impressionante e per non animare la forza mondiale del comunismo a certe ingerenze, i miei predecessori preferirono una “relazione diplomatica”. Inoltre, dovrebbe bastare ad ogni cristiano di sapere quanto segue: quando si legge che oceani inonderanno interi continenti, che gli uomini verranno tolti dalla vita repentinamente, da un minuto all’altro, e ciò a milioni… se si sa questo, non occorre davvero di pretendere la pubblicazione di questo segreto… Molti vogliono sapere solo per curiosità e sensazione: ma essi dimenticano che il “sapere” porta con sé anche la responsabilità… ma essi vogliono accontentare solo la loro curiosità. Questo è pericoloso quando, in pari tempo, non si vuole fare nulla, dicendo che “già non giova a nulla!”. Il Papa a questo punto afferrò il Rosario dicendo: “Ecco la medicina contro questo male! Pregate, pregate e non interrogate ulteriormente. Tutto il resto raccomandatelo alla Madonna!”.
Domanda: “Come andranno le cose con la Chiesa?”.
Risposta (del Santo Padre): “Dobbiamo ben essere pronti a vicine grandi prove, che potranno richiedere anche il sacrificio della nostra vita e la nostra totale donazione a Cristo e per Cristo… Le prove potranno essere ridotte con la vostra e la nostra preghiera, ma non possono (più) essere evitate, perché un vero rinnovamento nella Chiesa potrà avvenire solo in questo modo… come già
tante volte la Chiesa rinacque nel sangue. Non sarà differente neppure questa volta. Siamo forti e prepariamoci, confidando in Cristo e nella sua Madre. Preghiamo molto, e spesso, il Santo Rosario”.

Stimme des Glaubens (Vox Fidei) n° 10 del 1981

 

 

PREDICE LE GUERRE E LA SORTE DI ALCUNI PAESI.

 

Mi sentivo molto afflitta per la privazione del mio amabile Gesù e la mia mente era funestata dal pensiero che il tutto era stato, in me, o lavorio della fantasia o del nemico. Corrono voci di pace e di trionfo per l’Italia, ed io ricordavo che il mio dolce Gesù mi aveva detto che l’Italia sarà umiliata. Che pena, che agonia mortale, pensare che la mia vita era un inganno continuo! Mi sentivo che Gesù voleva parlarmi, ed io non volevo sentirlo, Lo respingevo; ho lottato tre giorni con Gesù e molte volte ero tanto sfinita che non tenevo forza per respingerlo; ed allora Gesù diceva diceva, ed io, pigliando forza dal suo dire, Gli dicevo: “Non voglio sapere nulla!

Finalmente Gesù mi ha cinto il collo col suo braccio e mi ha detto: “Chetati, chetati, sono Io, dammi ascolto. Non ti ricordi che mesi addietro, lamentandoti tu con Me della povera Italia, ti dissi: ‘Figlia mia, perde chi vince e vince chi perde’? L’Italia, la Francia, sono già umiliate, e non saranno più finché non saranno purgate e ritornate a Me libere ed indipendenti e pacifiche. Nel trionfo puramente apparente che godono, loro già subiscono la più grande delle umiliazioni, ché non loro, ma uno straniero, neppure europeo, è venuto a cacciare il nemico; sicché, se si potesse dire trionfo – ciò che non è – [il trionfo] è dello straniero. Ma questo è nulla. Ora più che mai perdono di più, tanto nel morale quanto nel temporale, perché ciò li farà disporsi a commettere maggiori delitti, a rivoluzioni interne accanite, da sorpassare la stessa tragedia della guerra. E poi, quello che ti ho detto non riguardava solo i tempi presenti, ma anche i futuri, e quello che non si verificherà ora, si verificherà poi. E se qualcuno troverà difficoltà, dubbi, significa che non se ne intende del mio parlare: il mio parlare è eterno come sono Io.

Ora voglio dirti una cosa consolante: L’Italia, la Francia, ora vincono e la Germania perde. Tutte le nazioni hanno delle macchie nere e tutte meritano umiliazioni e schiacciamenti. Ci sarà un parapiglia generale, sconvolgimento dappertutto; col ferro, col fuoco e con l’acqua, con morti repentine, con mali contagiosi, rinnoverò il mondo, farò cose nuove. Le nazioni faranno una specie della torre di Babele, giungeranno a neppure capirsi tra loro; i popoli si ribelleranno tra loro, non vorranno più re; tutti saranno umiliati e la pace verrà solo da Me, e se senti dir: ‘pace’, non sarà vera, ma apparente.

Quando avrò tutto purgato, ci metterò il mio dito in modo sorprendente e darò la vera pace ed allora tutti quelli che saranno umiliati ritorneranno a Me e la Germania sarà cattolica: ho dei grandi disegni su di essa. L’Inghilterra, la Russia e dovunque si è sparso il sangue, risorgerà la fede e s’incorporeranno alla mia Chiesa. Ci sarà il grande trionfo e l’unione dei popoli. Perciò prega; e ci vuole pazienza, perché non sarà così presto, ma ci vorrà il tempo”.

 

Luisa Piccarreta LdC – Vol. XII 16 Ottobre 1918

In Rilievo

LA SUPERBIA → MALATTIA DEL SECOLO

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Com’è difficile amarsi su questa terra, camminare insieme e rispettarsi, toccare con mano la vera gioia della vita, dell’essere stati amati e creati da Dio. Non è facile mantenere fermo un nobile proposito di bene, mettere in pratica i sani principi della filantropia dell’animo umano. Dappertutto si soffre, nelle relazioni, nelle amicizie, nel matrimonio, in famiglia, sul lavoro e nella società in genere, nella politica. Insomma, in ogni rapporto umano vi sono enormi conflitti e insidie in cui si disputano non umili sacrifici per il bene di tutti, ma orgogliose vittorie per l’egoismo di pochi, portando con sé amare divisioni, contese, desolazione e oscurità spirituali pressanti. Giorno dopo giorno aumenta sempre più la linea di demarcazione, la distanza tra chi fa veramente il bene e chi lo fa solo per finta, l’ansia e la paura di non riuscire più a comunicare con “l’altro”.

Tutti facciamo parte della medesima unità sacra e divina.

Tuttavia ecco il punto. A causa dell’umano volere, il cuore dell’uomo si è terribilmente corrotto, inquinato di superbia. Questa è la malattia del secolo, la malattia del ‘900 peggiore del cancro. Uccide l’anima immortale! Questo è uno dei segni più chiari che contraddistinguono gli uomini spirituali da quelli materiali, carnali; coloro che cercano di vivere “puri” e di Cielo anziché “sporchi” e di terra.

Desidero per l’occasione riportare un pensiero che rimanda alla spiritualità di padre Andrea Gasparino (che ringrazio di cuore), dalla scuola di preghiera:

«Egli non si accontenta di rimanere nell’atrio della preghiera, invita decisamente ad entrare nel tempio stesso della preghiera, la’ dove Dio si incontra nel silenzio anche materiale, nella fuga dal mondo, nel riconoscimento della nostra povertà e dell’assoluto bisogno della grazia di Dio. Gesù ha raccomandato molto di pregare. Cristo ha consigliato la preghiera per far fronte alle lotte della vita. Cristo ci dice che a certi incroci della vita bisogna pregare, solo la preghiera ci salva dal cadere. Purtroppo c’è gente che non lo capisce fino a quando non si sfracella. Se Cristo ha comandato di pregare, è segno che non si può vivere senza la preghiera.

L’uomo ha bisogno dell’incontro diretto con la forza di Dio. L’influenza della preghiera sullo spirito e sul corpo è dimostrabile quanto la secrezione ghiandolare. È solo pregando che noi raggiungiamo l’unità completa e armoniosa del corpo, dell’intelligenza e dell’anima, che conferisce alla struttura dell’uomo la forza.

La preghiera è il mezzo più importante per la ricostruzione e la riabilitazione della personalità di un uomo. La preghiera può cambiare la tua vita in qualunque momento, in qualunque situazione ti trovi, a qualunque età. Esistono situazioni in cui la forza dell’uomo non basta più, la sua buona volontà non regge. Ci sono momenti nella vita in cui l’uomo, se vuole sopravvivere, ha bisogno dell’incontro diretto con la forza di Dio.»

E dunque per poter andare avanti con pace e serenità non si può fare a meno ora di pensare a Lei, alla Madre di tutti noi.

Donaci la tua umiltà o Santissima Vergine Maria. Il tuo salutare Fiat!

Così sia!

AVE O MARIA..
Luciano Mirigliano

 

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MINACCE DI CASTIGHI

Questa mattina il mio adorabile Gesù è venuto e mi ha trasportato fuori di me stessa, ho visto molta gente tutta in movimento, mi pareva, ma non so dire certo, come una guerra, oppure rivoluzione ed a Nostro Signore non faceva altro che intrecciare corone di spine, tanto che, mentre io me ne stavo tutta attenta a toglierne una, ne conficcava un’altra più dolorosa. Ah! si, pareva proprio che il nostro secolo andrà rinomato per la superbia. La più grande sventura è il perdere la testa, perché perduta la testa con il cervello, tutte le altre membra si rendono inabili o si rendono nemiche di se stesso e degli altri, quindi avviene che la persona dà una rotta a tutti gli altri vizi. Il mio paziente Gesù tollerava tutte quelle corone di spine ed io avevo appena tempo di toglierle, onde si è rivolto a loro e ha detto: “Morirete, chi nella guerra, chi nelle carceri e chi al terremoto, pochi ne rimarrete. La superbia ha formato il corso delle azioni della vostra vita e la superbia vi darà la morte.”

Dopo ciò, il benedetto Gesù mi ha tirato da mezzo a quella gente e si è fatto bambino ed io lo portavo nelle mie braccia per farlo riposare. Lui, chiedendomi un ristoro voleva succhiare da me, io, temendo che fosse demonio, l’ho segnato varie volte con la croce e poi gli ho detto: “Se sei veramente Gesù, recitiamo insieme l’Ave Maria alla nostra Regina Mamma.” E Gesù ha recitato la prima parte ed io la Santa Maria. Dopo, Lui stesso ha voluto recitare il Pater Noster, oh! come era commovente il suo pregare, inteneriva tanto che il cuore pareva che si liquefacesse. Onde dopo ha soggiunto: “Figlia, ebbi la mia vita dal cuore, distintamente dagli altri; ecco perciò una ragione perché sono tutto cuore per le anime e perché sono portato a voler il cuore e non tollero neppure un’ombra di ciò che non è mio.

Onde fra Me e te voglio tutto distintamente per Me e quello che concederai alle creature non sarà altro che il trabocco del nostro amore.”

 

Luisa Piccarreta – Libro di Cielo – III Vol. 19 Febbraio 1900

In Rilievo

L’UMILE CREATO E IL PECCATO DI SUPERBIA

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L’altra notte sono uscito all’aperto, sul terrazzo a rimirare in uno stupore sempre crescente il cielo con le sue splendide costellazioni. Sulla testa mi stava assiso il Grande Carro dell’Orsa Maggiore. Quanta pace lassù, sconfinata ha afferrato il cuore, l’anima mia.

Sì, poiché la terra è diventata ormai una inospitale distesa di menzogne e superbia, ricolma di serpenti infernali d’ogni calibro e dimensione, mentre si annidano fra le iniquità degli uomini, morsi e avvelenati da Lucifero.

Ho innalzato lo sguardo, liberatorio ed ho incontrato il cielo, il mio cielo che da sempre m’aspetta giacché fedele, puro ed innocente. Sì, l’ho veduto pieno di verità e stelle, d’umiltà.

Grazie o Signore di tutte le cose che mai privi della tua santa presenza il creato e chi l’osserva in muta orazione. Ovunque volgo lo sguardo lì ti scorgo. Gli esseri parlano continuamente del tuo consolante ed infinito amore, della tua magnificenza.

Di te o Gesù Cristo, della tua Santa Croce ci fanno segno le tue meraviglie.

Ecco: occorre corrisponderti con immensa gratitudine.

La Grazia ci ama!

Fiat Voluntas Tua
Luciano Mirigliano

 

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Chiunque tu sia,
che nel flusso di questo tempo ti accorgi che,
più che camminare sulla terra,
stai come ondeggiando tra burrasche e tempeste,
non distogliere gli occhi dallo splendore di questa stella,
se non vuoi essere sopraffatto dalla burrasca!
Se sei sbattuto dalle onde della superbia,
dell’ambizione, della calunnia, della gelosia,
guarda la stella, invoca Maria.
Se l’ira o l’avarizia, o le lusinghe della carne
hanno scosso la navicella del tuo animo, guarda Maria.
Se turbato dalla enormità dei peccati,
se confuso per l’indegnità della coscienza,
cominci ad essere inghiottito dal baratro della tristezza
e dall’abisso della disperazione, pensa a Maria.
Non si allontani dalla tua bocca e dal tuo cuore,
e per ottenere l’aiuto della sua preghiera,
non dimenticare l’esempio della sua vita.
Seguendo lei non puoi smarrirti,
pregando lei non puoi disperare.
Se lei ti sorregge non cadi,
se lei ti protegge non cedi alla paura,
se lei ti è propizia raggiungi la mèta.

Preghiera per il nome di Maria
(San Bernardo di Chiaravalle)

 

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LA GRAZIA E LA CORRISPONDENZA A LEI.

Dopo essere venuto parecchie volte, ma sempre in silenzio, io avvertivo un vuoto ed una pena perché non sentivo la voce dolcissima del mio dolce Gesù e Lui, ritornando, quasi per contentarmi, mi ha detto: “La grazia è la vita dell’anima. Come l’anima dà vita al corpo, così la grazia dà vita all’anima.

Ma per aver vita al corpo non basta aver solamente l’anima, ma ha bisogno ancora d’un cibo come nutrirsi e crescere a debita statura, così all’anima non basta avere la grazia per avere vita, ma ci vuole un cibo per nutrirla e condurla a debita statura e qual è questo cibo?

E’ la corrispondenza.

Sicché la grazia e la corrispondenza formano quella catena inanellata che la conducono al cielo ed a misura che l’anima corrisponde la grazia, viene formando gli anelli di questa catena.” Poi ha soggiunto: “Qual è il passaporto per entrare nel regno della grazia?

E’ l’umiltà.

L’anima, guardando sempre il suo nulla e scorgendosi non essere altro che polvere, che vento, metterà tutta la sua fiducia nella grazia, tanto da renderla padrona e la grazia, prendendo padronanza su tutta l’anima, la conduce per il sentiero di tutte le virtù e la fa giungere all’apice della perfezione.”

Che sarà l’anima senza grazia? Mi pareva come il corpo senza l’anima, che diventa puzzolente e fa scaturire vermi e marciume da tutte le parti, tanto da rendersi soggetto di orrore alla stessa vista umana, così l’anima, senza la grazia, si rende tanto abominevole da far orrore alla vista, non degli uomini, ma di Dio tre volte Santo.

Ah! Signore, liberami da tanta sciagura e dal mostro abominevole del peccato (di superbia – ndr)!

 

LdC – III Vol. 31 Gennaio 1900

Chiesa Cattolica

5 MAGGIO: QUEL MASSONE DI NAPOLEONE.

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Perché dunque temi se hai lo sguardo del tuo Gesù che sempre ti guarda, ti difende, ti protegge? Se sapessi che significa essere guardato da Me, non temeresti più di nulla”. (Gesù a Luisa Piccarreta)

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La “mano nascosta” è infatti un simbolo ricorrente nei rituali del grado massonico “Royal Arch”, ed i leader mondiali che ne fanno uso se ne servono per comunicare agli altri iniziati dell’ordine: “Questo è ciò a cui appartengo, ciò in cui credo e per il quale sto lavorando.” […]

Nel suo saggio su Napoleone e la Massoneria, Tuckett scrive:

“Ci sono prove inconfutabili secondo cui Napoleone conosceva la natura, la finalità e l’organizzazione della Massoneria; nozioni che egli approvava e praticava per promuovere i propri scopi”. (J.E.S. Tuckett, Napoleone e la Massoneria – Link)

 

Il complotto contro la Chiesa

Maurice Pinay scriveva nel 1962:

«Si sta compiendo (con il Concilio Vaticano II) la più perversa cospirazione contro la santa Chiesa […]. Sembrerà […] incredibile a coloro che ignorano questa cospirazione che tali forze anticristiane contino di avere, dentro le gerarchie della Chiesa, una vera “quinta colonna” di agenti controllati dalla Massoneria, dal comunismo e dal potere occulto che li governa. Tali agenti sarebbero tra quei Cardinali, Arcivescovi e Vescovi che formano una specie di ala progressista dentro il Concilio» 11.   (di Don Curzio Nitoglia)

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IL CINQUE MAGGIO

Ei fu. Siccome immobile,
Dato il mortal sospiro,
Stette la spoglia immemore
Orba di tanto spiro,
Così percossa, attonita
La terra al nunzio sta,

Muta pensando all’ultima
Ora dell’uom fatale;
Nè sa quando una simile
Orma di piè mortale
La sua cruenta polvere
A calpestar verrà.

Lui folgorante in solio
Vide il mio genio e tacque;
Quando, con vece assidua,
Cadde, risorse e giacque,
Di mille voci al sonito
Mista la sua non ha:


Vergin di servo encomio
E di codardo oltraggio,
Sorge or commosso al subito
Sparir di tanto raggio:
E scioglie all’urna un cantico
Che forse non morrà.

Dall’Alpi alle Piramidi,
Dal Manzanarre al Reno,
Di quel securo il fulmine
Tenea dietro al baleno;
Scoppiò da Scilla al Tanai,
Dall’uno all’altro mar.


Fu vera gloria? Ai posteri
L’ardua sentenza: nui
Chiniam la fronte al Massimo
Fattor, che volle in lui
Del creator suo spirito
Più vasta orma stampar.

La procellosa e trepida
Gioia d’un gran disegno,
L’ansia d’un cor che indocile
Serve, pensando al regno;
E il giunge, e tiene un premio
Ch’era follia sperar;

Tutto ei provò: la gloria
Maggior dopo il periglio,
La fuga e la vittoria,
La reggia e il tristo esiglio:
Due volte nella polvere,
Due volte sull’altar.

Ei si nomò: due secoli,
L’un contro l’altro armato,
Sommessi a lui si volsero,
Come aspettando il fato;
Ei fe’ silenzio, ed arbitro
S’assise in mezzo a lor.

E sparve, e i dì nell’ozio
Chiuse in sì breve sponda,
Segno d’immensa invidia
E di pietà profonda,
D’inestinguibil odio
E d’indomato amor.

Come sul capo al naufrago
L’onda s’avvolve e pesa,
L’onda su cui del misero,
Alta pur dianzi e tesa,
Scorrea la vista a scernere
Prode remote invan;

Tal su quell’alma il cumulo
Delle memorie scese!
Oh quante volte ai posteri
Narrar se stesso imprese,
E sull’eterne pagine
Cadde la stanca man!

Oh quante volte, al tacito
Morir d’un giorno inerte,
Chinati i rai fulminei,
Le braccia al sen conserte,
Stette, e dei dì che furono
L’assalse il sovvenir!

E ripensò le mobili
Tende, e i percossi valli,
E il lampo de’ manipoli,
E l’onda dei cavalli,
E il concitato imperio,
E il celere ubbidir.

Ahi! forse a tanto strazio
Cadde lo spirto anelo,
E disperò: ma valida
Venne una man dal cielo,
E in più spirabil aere
Pietosa il trasportò;

E l’avviò, pei floridi
Sentier della speranza,
Ai campi eterni, al premio
Che i desidéri avanza,
Dov’è silenzio e tenebre
La gloria che passò.

Bella Immortal! benefica
Fede ai trionfi avvezza!
Scrivi ancor questo, allegrati;
Chè più superba altezza
Al disonor del Golgota
Giammai non si chinò.

Tu dalle stanche ceneri
Sperdi ogni ria parola:
Il Dio che atterra e suscita,
Che affanna e che consola,
Sulla deserta coltrice
Accanto a lui posò.

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Alessandro Manzoni

 

Parafrasi

Egli fu (è morto, è trapassato). Infatti ora giace immobile, avendo esalato l’ultimo respiro, e la sua spoglia è rimasta senza più ricordi, privata della sua anima: chiunque ha saputo la notizia di questa morte è attonito. Tutti restano muti pensando alle ultime ore di quest’uomo inviato dal fato e nessuno sa dire quando un uomo simile tornerà di nuovo a calpestare la terra che lui stesso ha calpestato, lasciando un cammino sanguinoso. Io, come poeta, ho visto Napoleone in trionfo, sul soglio imperiale, ma ho taciuto senza far poesia su questo evento, e ho visto anche il momento in cui, rapidamente, fu sconfitto, tornò al potere e cadde ancora, ma la mia poesia ha continuato a restare in disparte e non mischiarsi a tutte le voci adulanti che aveva intorno Napoleone; adesso il mio ingegno poetico vuole parlare – e si innalza commosso, senza elogi servili o insulti vili – dell’improvvisa morte di una figura simile, e offre alla tomba di quest’uomo un componimento che forse resterà eterno.
Dall’Italia all’Egitto, dalla Spagna alla Germania le azioni rapidissime di quest’uomo seguivano il suo modo di pensare, condusse imprese dalla Sicilia fino al Don, dal Mediterraneo all’Atlantico. Fu vera gloria la sua? Spetta ai posteri la difficile sentenza: noi ci inchiniamo umilmente al Sommo Creatore che volle fare di Napoleone (lui) un simbolo della sua potenza divina. La pericolosa e trepida gloria di un grandissimo disegno, l’insofferenza di un animo che deve obbedire ma pensa al potere e poi lo raggiunge e ottiene un premio che sarebbe stato una follia ritenere possibile.
Sperimentò tutto: provò la gloria, tanto più grande dopo il pericolo, la fuga e la vittoria, il potere regale e l’esilio, due volte è stato sconfitto, e due volte vincitore. Egli stesso si diede il nome: due epoche tra loro opposte guardarono a lui sottomesse, come se ogni destino dipendesse da lui, egli impose il silenzio e si sedette tra loro come un arbitro. Nonostante tanta grandezza, scomparve rapidamente e finì la sua vita in ozio, prigioniero in una piccola isola, bersaglio di immensa invidia e di rispetto profondo, di grande odio e di grande passione.
Come sulla testa del naufrago si avvolge pesante l’onda su cui poco prima lo sguardo dello sventurato scorreva alto e in cerca di rive lontane che non avrebbe potuto raggiungere,così su quell’anima si abbatté il peso dei ricordi. Ah, quante volte ha iniziato a scrivere le sue memorie per i posteri ma su tutte quelle pagine si posava continuamente la sua stanca mano! Quante volte alla fine di un giorno improduttivo ha abbassato lo sguardo fulmineo, con le braccia conserte, preso dal ricordo dei giorni ormai andati.
E ripensò agli accampamenti militari in continuo movimento, alle trincee, allo scintillare delle armi e agli assalti della cavalleria, e agli ordini dati rapidamente e alla loro esecuzione. Ah, forse fra tanto dolore crollò il suo spirito e si disperò, ma arrivò l’aiuto di Dio a quel punto, che lo condusse in una realtà più serena; E lo guidò per i floridi sentieri delle speranze, verso i campi eterni, lo condusse alla beatitudine eterna, che sorpassa ogni desiderio umano, lo guidò dove la gloria terrena non vale nulla.Bella, immortale, benefica fede, abituata ai trionfi! Considera anche questo tuo trionfo e sii allegra perché nessuna personalità più grande si è mai chinata davanti alla croce di Cristo.
Tu (Fede) allontana dalle ceneri di quest’uomo ogni parola maligna: il Dio che atterra e rialza, che dà dolori e consola si è posto accanto a lui, per consolarlo nel momento solitario della sua morte.
Chiesa Cattolica

LA PROFEZIA SULL’ULTIMO PAPA

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«Il criterio che ha guidato ogni scelta di Gesù durante tutta la sua vita è stata la ferma volontà di amare il Padre, di essere uno col Padre, e di essergli fedele; questa decisione di corrispondere al suo amore lo ha spinto ad abbracciare, in ogni singola circostanza, il progetto del Padre, a fare proprio il disegno di amore affidatogli di ricapitolare ogni cosa in Lui, per ricondurre a Lui ogni cosa. Nel rivivere il santo Triduo, disponiamoci ad accogliere anche noi nella nostra vita la volontà di Dio, consapevoli che nella volontà di Dio, anche se appare dura, in contrasto con le nostre intenzioni, si trova il nostro vero bene, la via della vita. La Vergine Madre ci guidi in questo itinerario, e ci ottenga dal suo Figlio divino la grazia di poter spendere la nostra vita per amore di Gesù, nel servizio dei fratelli

(Papa Benedetto XVI – dall’Udienza Generale del 20 aprile 2011)

 


 

La profezia che indica nel 111° Papa “Gloria olivae”, ovvero Benedetto XVI, l’ultimo dei pontefici, seguito da un Petrus secundus e poi la fine, ha uno dei suoi fulcri nella Abbazia di Scolca, più nota come parrocchia di San Fortunato. Che nel 1500 ha ospitato il monaco al centro di questa stupefacente storia, insieme al libro contenente la profezia e ad una importante opera d’arte, quest’ultima ancora presente e visibile nel museo di Scolca. Il recente studio che proietta nuova luce sulla profezia di Malachia, dà conto anche della intervista che mons. Negri concesse a Riminiduepuntozero, che ha creato un terremoto per il riferimento al ruolo della amministrazione Obama nelle dimissioni di papa Ratzinger.

Visto il titolo, cominciamo col togliere subito d’impaccio l’abate di Scolca (è questo il luogo cardine della storia, forse più noto come parrocchia di San Fortunato-San Lorenzo a Monte): don Renzo Rossi non ha nulla a che fare con la profezia in questione, attribuita al vescovo Malachia (1095-1148). Ma l’Abbazia di Scolca e i benedettini sì. Ancora più precisamente, è un monaco benedettino che vive fra la seconda metà del 1500 e gli inizi del 1600, a pubblicare la profezia nel suo Lignum Vitae: accade a Venezia nel 1595. Il monaco si chiama Arnold de Wyon, il quale da Scolca transita e lascia tracce importanti in parte ancora presenti. Se invece l’abate di Scolca, che sta celebrando in grande stile i 600 anni della Abbazia olivetana, ha un ruolo nella vicenda che stiamo per raccontare, questo è del tutto positivo perché, grazie al museo da lui inaugurato nel 2008, si conserva ed è visibile al pubblico una delle opere cardine ricomprese nel contesto della profezia di Malachia di Armagh sui papi. Lo vedremo a breve.

E diciamo però immediatamente che la profezia ha una gigantesca forza d’urto perché riguarda l’istituzione più solida che attraversa i secoli da oltre due millenni: la Chiesa cattolica. E in particolare il successore di Pietro, anzi “i” successori di Pietro, che convivono – per la prima volta nella storia – in Vaticano. Secondo la profezia l’ultimo Papa di Santa Romana Chiesa sarebbe Ratzinger, un “Gloria olivae”. Mentre Bergoglio non viene nemmeno definito Papa ma Petrus Romanus, (e in effetti è con “vescovo di Roma” che ama farsi chiamare Bergoglio, che ha scelto anche di non abitare negli appartamenti papali ma a Santa Marta) a capo di una cattolicità in preda ad incertezze e disordine. La profezia così viene tradotta: “Durante l’ultima persecuzione della Santa Romana Chiesa siederà Pietro il Romano, che lascerà il gregge fra molte tribolazioni. Passate queste, la città dei sette colli crollerà ed il tremendo Giudice giudicherà il suo popolo. Fine”. Come se già non bastasse l’abisso che questa formula spalanca sull’oggi, esiste anche un’altra versione della profezia che risulta ancora più sovrapponibile ai giorni nostri: anziché di Petrus Romanus parla di Petrus secundus. Questa formulazione si trova in un testo stampato a Ferrara nel 1794 dal titolo La Profezia dei sommi Pontefici romani.

Praticamente Malachia profetizza che “il ciclo della successione pontificale piena” (come scrive lo studioso Alfredo Maria Barbagallo, a cui va il merito di scoperte recenti che gettano nuova luce su una questione dibattuta nei secoli), arriverebbe a conclusione col 111 Papa “Gloria olivae”, ovvero Benedetto XVI, e col 112 (Bergoglio) saremmo in presenza di un “supremo ed autorevole traghettatore della Chiesa verso lidi incogniti ed in un contesto generale drammatico” scrive Barbagallo.

La cui sconvolgente scoperta aggiunge un innesto di impressionante ulteriore attualità alla profezia. Barbagallo ha messo le mani sullo scritto di un gesuita, pubblicato nel 1951, René ThibautLa mystérieuse prophétie des Papes, che indicava nel 2012 la sostanziale conclusione del ciclo dei pontefici. Sessantasette anni prima, descrive cioè la sofferta decisione alla quale Papa Ratzinger accenna per la prima volta nell’aprile 2012 (lo rivela il card. Bertone nel libro I miei Papi, da poco nelle librerie) e che poi comunica ufficialmente l’11 febbraio 2013, ovvero la decisione di dimettersi: “… ben consapevole della gravità di questo atto, con piena libertà, dichiaro di rinunciare al ministero di Vescovo di Roma, Successore di San Pietro, a me affidato per mano dei Cardinali il 19 aprile 2005, in modo che, dal 28 febbraio 2013, alle ore 20,00, la sede di Roma, la sede di San Pietro, sarà vacante e dovrà essere convocato, da coloro a cui compete, il Conclave per l’elezione del nuovo Sommo Pontefice”.

Arnold de Wyon commissiona anche tre raffigurazioni pittoriche sulla Gloria benedettina. Una si trova nella Abbazia di Scolca sul colle di Covignano, ed ha per soggetto l’albero genealogico benedettino. “Il libro contenente la profezia e la riproduzione artistica sullo stesso soggetto (una elaboratissima incisione in rame) erano quindi presenti insieme nella stessa Abbazia, ed in basso a sinistra nella riproduzione è raffigurato lo stesso Wyon in persona”, scrive Barbagallo. Un altro quadro si trova a Perugia e il terzo nella Chiesa di Santa Maria di Loreto ad Alessandria, proveniente – tenetevi saldi – dalla Abbazia benedettina di San Pietro in Bergoglio (non più esistente). Il libro sparì dalla biblioteca della Abbazia di Scolca, che subì anche l’invasione delle truppe napoleoniche. Ma è rimasta l’opera d’arte (foto qui sopra) di cui si è occupato anche il prof. Andrea Donati con un approfondimento pubblicato su L’Arco (periodico realizzato dal 2002 dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Rimini, ideato, curato e a lungo diretto da Enzo Pruccoli) nel 2005.

Il documento appena messo online da Barbagallo ha un’altra attinenza sorprendente con Rimini. Anzi con Riminiduepuntozero. Richiama infatti l’intervista, che tanto rumore ha suscitato, da noi pubblicata a Mons. Luigi Negri. Alla domanda “si è fatto un’opinione sul perché Benedetto abbia rinunciato al papato, un gesto clamoroso nella millenaria storia della Chiesa?”, mons. Negri rispose: “Si è trattato di un gesto inaudito. Negli ultimi incontri l’ho visto infragilito fisicamente, ma lucidissimo nel pensiero. Ho poca conoscenza – per fortuna – dei fatti della Curia romana, ma sono certo che un giorno emergeranno gravi responsabilità dentro e fuori il Vaticano. Benedetto XVI ha subito pressioni enormi. Non è un caso che in America, anche sulla base di ciò che è stato pubblicato da Wikileaks, alcuni gruppi di cattolici abbiano chiesto al presidente Trump di aprire una commissione d’inchiesta per indagare se l’amministrazione di Barack Obama abbia esercitato pressioni su Benedetto. Resta per ora un mistero gravissimo, ma sono certo che le responsabilità verranno fuori. Si avvicina la mia personale “fine del mondo” e la prima domanda che rivolgerò a San Pietro sarà proprio su questa vicenda”. Una vera bomba quella che l’arcivescovo decise di far deflagrare. Se non che Barbagallo ha trovato un’altra relazione sconvolgente con la profezia, rinvenendo nel romanzo (La vigilia dell’eternità) di uno scrittore indiano la figura di mezzo fra Gloria olivae e Petrus Romanus: Caput nigrum. Ovvero l’ex presidente americano e il ruolo che avrebbe giocato nelle dimissioni di Benedetto. Scrive Barbagallo: “…alcune opinioni internazionali su incogniti ambienti tendenti ad esercitare indirette pressioni sulla decisione di Papa Benedetto venivano prudentemente citate in una recente intervista da Mons. Luigi Negri, Arcivescovo emerito di Ferrara e Comacchio. L’intervista in questione era rilasciata in data 6 marzo 2017 alla redazione del diffuso sito web di informazioni locali Riminiduepuntozero.it, per poi venire rimandata dalla stampa nazionale. Su ciò si sarebbero poi inserite alcune emotive forzature interpretative, che l’autore avrebbe immediatamente smentito“. E aggiunge: “naturalmente ci apparirebbe interessante domandare alla cortesia di Mons. Negri se all’atto della intervista fosse a conoscenza della presenza a Rimini stessa dell’opera rinascimentale commissionata da Arnold de Wyon, oltre che della stesura settecentesca a Ferrara – luogo dell’intervista web – del citato testo di relazione alla Profezia di Malachia”.

Alla luce di tutto ciò (ma la nostra è solo una estrema sintesi relativa quasi esclusivamente ai punti di attinenza della profezia con Scolca, mentre è consigliata la lettura del documento integrale di Barbagallo, linkato come “fonte”), non acquista un valore ancora più importante il seicentesimo anniversario di fondazione della Abbazia di Covignano? La conoscenza dei benedettini olivetani, di Arnold de Wyon in particolare, del suo Lignum Vitae e delle opere pittoriche custodite a San Fortunato, Perugia e Alessandria, diventa un motivo di interesse e di attualità che oltrepassa di gran lunga i confini di Rimini e che incastona la storia di Scolca dentro il passato, il presente e il futuro della Chiesa. Sembra poco?

Da Riminiduepuntozero

PROFEZIA DI MALACHIA – ABBAZIA DI SCOLCA DI RIMINI: la profezia sull’ultimo Papa (di inquietante attualità) passa dal colle di Covignano.

Chiesa Cattolica

«FATIMA 13 OTTOBRE 1917 → LA VOSTRA LIBERAZIONE È VICINA»

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L’evento scientifico di Fatima del 1917, che ha segnato la storia, poiché è stato un fatto inatteso che ha reso immobili e muti gli occhi di una moltitudine rimasta attonita innanzi ad un sole letteralmente “uscito fuori di sé”, ha la capacità di mostrare a tutti, in particolare a coloro che non credono, che vi è qualcosa di pensante oltre il firmamento del Cielo. Una intelligenza sovrumana ed un’autorità superiore che opera e governa con potenza in tutte le cose da Essa create.

Ecco. L’articolo seguente pubblicato nel 2016, sulla “fine dei tempi”, ha fatto letteralmente il giro del mondo, in pochi giorni.

Perché l’interesse ora è davvero enorme per quel che accade oggigiorno in questa Valle di lacrime (cfr. Mt 24) o meglio in quella di Pompeì:

– IL CENTENARIO DELLE APPARIZIONI –

 

Rubbio (Vicenza), 31 dicembre 1992. Ultima notte dell’anno.

LA FINE DEI TEMPI.

«Lasciatevi docilmente ammaestrare da Me, figli prediletti. In questa ultima notte dell’anno, raccoglietevi in preghiera e nell’ascolto della parola della vostra Mamma Celeste, Profetessa di questi ultimi tempi. Non passate queste ore nel frastuono e nella dissipazione, ma nel silenzio, nel raccoglimento, nella contemplazione. Vi ho più volte annunciato che si approssima la fine dei tempi e la venuta di Gesù nella gloria. Ora voglio aiutarvi a comprendere i segni descritti nella Divina Scrittura, che indicano ormai vicino il suo glorioso ritorno.

Questi segni sono chiaramente indicati dai Vangeli, dalle Lettere di S. Pietro e di S. Paolo, e si stanno realizzando in questi anni.

→ Il primo segno è la diffusione degli errori, che portano alla perdita della fede ed all’apostasia. Questi errori vengono propagati da falsi maestri, da celebri teologi che non insegnano più le verità del Vangelo, ma perniciose eresie, basate su errati ed umani ragionamenti. È a motivo dell’insegnamento degli errori che si perde la vera fede e si diffonde ovunque la grande apostasia.

“Fate attenzione e non lasciatevi ingannare. Perché molti cercheranno di ingannare molta gente. Verranno falsi profeti ed inganneranno moltissimi”. (Mt. 24,5-9).

“Il giorno del Signore non verrà prima che ci sia stata la grande apostasia”. (2 Ts. 2,3).

“Verranno tra voi falsi maestri. Essi cercheranno di diffondere eresie disastrose e si metteranno perfino contro il Signore che li ha salvati. Molti li ascolteranno e vivranno, come loro, una vita immorale. Per colpa loro, la fede cristiana sarà disprezzata. Per il desiderio di ricchezza, vi imbroglieranno con ragionamenti sbagliati”. (2 Pt. 2,1-3).

→ Il secondo segno è lo scoppio di guerre e di lotte fratricide, che portano al predominio della violenza e dell’odio ed a un generale raffreddamento della carità, mentre si fanno sempre più frequenti le catastrofi naturali come epidemie, carestie, inondazioni e terremoti.

“Quando sentirete parlare di guerre, vicine o lontane, non abbiate paura; bisogna che ciò avvenga. I popoli combatteranno l’uno contro l’altro, un regno contro un altro regno. Ci saranno carestie e terremoti in molte regioni. Tutto questo sarà solo l’inizio di sofferenze più grandi. Il male sarà tanto diffuso che l’amore di molti si raffredderà. Ma Dio salverà chi resisterà sino alla fine”. (Mt. 24,6-12).

→ Il terzo segno è la sanguinosa persecuzione di coloro che si mantengono fedeli a Gesù ed al suo Vangelo e permangono forti nella vera fede. Frattanto il Vangelo viene predicato in ogni parte del mondo.

Pensate, figli prediletti, alle grandi persecuzioni cui viene sottoposta la Chiesa ed allo zelo apostolico degli ultimi Papi, sopratutto del mio Papa Giovanni Paolo II, nel portare a tutte le nazioni della terra l’annuncio del Vangelo. “Voi sarete arrestati, perseguitati ed uccisi. Sarete odiati da tutti per causa mia.

Allora molti abbandoneranno la fede; si odieranno e si tradiranno l’un l’altro. Intanto il messaggio del regno di Dio sarà annunciato in tutto il mondo; tutti i popoli dovranno sentirlo. E allora verrà la fine”. (Mt. 24,9-10).

→ Il quarto segno è l’orribile sacrilegio, compiuto da colui che si oppone a Cristo, cioè dall’anticristo. Entrerà nel tempio santo di Dio e siederà sul suo trono, facendosi adorare lui stesso come Dio.

“Costui verrà a mettersi contro tutto ciò che gli uomini adorano e chiamano Dio. Il malvagio verrà con la potenza di Satana, con tutta la forza di falsi miracoli e di falsi prodigi. Userà ogni genere di inganno maligno per fare del male”. (2 Ts. 2,4-9).

“Un giorno vedrete nel luogo santo colui che commette l’orribile sacrilegio. Il profeta Daniele ne ha parlato. Chi legge cerchi di comprendere”. (Mt.24,15).

Figli prediletti, per capire in che cosa consiste questo orribile sacrilegio, leggete quanto viene predetto dal profeta Daniele. “Va, Daniele, queste parole sono nascoste e sigillate sino al tempo della fine.

Molti saranno purificati, resi candidi, integri, ma gli empi continueranno ad agire empiamente. Nessuno degli empi intenderà queste cose, ma i saggi le comprenderanno. Ora, dal tempo in cui sarà abolito il sacrificio quotidiano e sarà eretto l’abominio della desolazione, ci saranno milleduecentonovanta giorni. Beato chi aspetterà con pazienza e giungerà a milletrecentotrentacinque giorni”. (Dn. 12,9-12).

La Santa Messa è il sacrificio quotidiano, l’oblazione pura che viene offerta al Signore in ogni parte, dal sorgere al tramonto del sole.

Il sacrificio della Messa rinnova quello compiuto da Gesù sul Calvario. Accogliendo la dottrina protestante, si dirà che la Messa non è un sacrificio, ma solo la sacra cena, cioè il ricordo di ciò che Gesù fece nella sua ultima cena. E così verrà soppressa la celebrazione della santa Messa. In questa abolizione del sacrificio quotidiano consiste l’orribile sacrilegio compiuto dall’anticristo, la cui durata sarà di circa tre anni e mezzo, cioè di milleduecentonovanta giorni.

→ Il quinto segno è costituito da fenomeni straordinari, che avvengono nel firmamento del cielo. “Il sole si oscurerà, la luna perderà il suo splendore, le stelle cadranno dal cielo e le potenze del cielo saranno sconvolte”. (Mt. 24,29).

Il miracolo del sole, avvenuto a Fatima durante la mia ultima apparizione, vuole indicarvi che siete ormai entrati nei tempi in cui si compiranno questi avvenimenti*, che vi preparano al ritorno di Gesù nella gloria.

“Allora si vedrà nel cielo il segno del Figlio dell’uomo. Tutti i popoli della terra piangeranno, e gli uomini vedranno il Figlio dell’uomo venire sulle nubi del cielo, con grande potenza e splendore”. (Mt. 20,40).

Miei prediletti e figli consacrati al mio Cuore Immacolato, vi ho voluto ammaestrare su questi segni, che Gesù nel suo Vangelo vi ha indicati, per prepararvi alla fine dei tempi, perché essi si stanno realizzando nei vostri giorni.

L’anno che si chiude e quello che si apre fanno parte del tempo della grande tribolazione, durante la quale si diffonde l’apostasia, si moltiplicano le guerre, succedono in tante parti catastrofi naturali, si intensificano le persecuzioni, l’annuncio del Vangelo è portato a tutti i popoli, fenomeni straordinari avvengono nel cielo e si fa sempre più vicino il momento della piena manifestazione dell’anticristo.

Allora vi invito a rimanere forti nella fede, sicuri nella speranza ed ardenti nella carità. Lasciatevi portare da Me e raccoglietevi tutti nel sicuro rifugio del mio Cuore Immacolato, che Io vi ho preparato proprio per questi ultimi tempi. Leggete con Me i segni del vostro tempo e vivete nella pace del cuore e nella fiducia. Io sono sempre con voi, per dirvi che la realizzazione di questi segni vi indica con sicurezza che è vicina la fine dei tempi, con il ritorno di Gesù nella gloria.

“Dalla pianta dei fichi, imparate questa parabola: quando i suoi rami diventano teneri e spuntano le prime foglie, voi capite che l’estate è vicina. Allo stesso modo, quando vedrete accadere queste cose, sappiate che la vostra liberazione è vicina”. (Mt. 24,32-33)».

AI SACERDOTI FIGLI PREDILETTI DELLA MADONNA – MSM – DON STEFANO GOBBI

[*Cfr. Luisa Piccarreta – Libro di Cielo XII Vol. 29 Gennaio 1919]

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XII VOL. 29 GENNAIO 1919
DIO COMPIRÀ LA TERZA RINNOVAZIONE DELL’UMANITÀ,
COL MANIFESTARE CIÒ CHE FACEVA LA SUA DIVINITÀ NELLA SUA UMANITÀ.

 

Stavo facendo l’adorazione alle piaghe di Gesù benedetto, ed infine ho recitato il credo intendendo di entrare nell’immensità del Voler Divino, dove stanno tutti gli atti delle creature passate, presenti e future, e quegli stessi che la creatura dovrebbe fare e che per trascuratezza e malvagità non ha fatto, ed io dicevo: “Mio Gesù, amor mio, entro nel tuo Volere ed intendo con questo credo rifare, riparare tutti gli atti di fede che non hanno fatto le creature, tutte le miscredenze, l’adorazione dovuta a Dio come Creatore”. Mentre queste ed altre cose dicevo, mi sentivo sperdere la mia intelligenza nel Voler Divino, ed una luce che investiva il mio intelletto, in cui scorgevo dentro il mio dolce Gesù, e questa luce che diceva e diceva, ma chi può dire tutto? Dirò in confuso, e poi sento tale ripugnanza, che se l’ubbidienza non fosse così severa, ma più indulgente, non mi obbligherebbe a certi sacrifici, ma Tu, vita mia, dammi la forza e non lasciare a sé stessa la povera ignorantella.Ora pareva che mi dicesse:

“Figlia diletta mia, voglio farti sapere l’ordine della mia provvidenza, ogni corso di duemila anni ho rinnovato il mondo, nei primi lo rinnovai col diluvio; nei secondi duemila lo rinnovai con la mia venuta sulla terra, in cui manifestai la mia Umanità, cui come da tante fessure, traluceva la mia Divinità, ed i buoni e gli stessi santi dei secondi duemila anni son vissuti dei frutti della mia Umanità, ed a lambicco hanno goduto della mia Divinità.

Ora siamo in circa del terzo duemila anni, e ci sarà una terza rinnovazione, ecco perciò lo scompiglio generale, non è altro che il preparativo alla terza rinnovazione, e se nella seconda rinnovazione manifestai ciò che faceva e soffriva la mia Umanità e pochissimo ciò che operava la Divinità, ora in questa terza rinnovazione, dopo che la terra sarà purgata ed in gran parte distrutta la generazione presente, sarò ancora più largo con le creature, e compirò la rinnovazione col manifestare ciò che faceva la mia Divinità nella mia Umanità, come agiva il mio Voler Divino col mio voler umano, come tutto restava concatenato in Me, come tutto facevo e rifacevo, ed anche un pensiero di ciascuna creatura era rifatto da Me e suggellato col mio Voler Divino.

Il mio amore vuole sfogo, e vuol far conoscere gli eccessi che operava la mia Divinità nella mia Umanità a pro delle creature, che superano di gran lunga gli eccessi che operava esternamente la mia Umanità. Ecco pure perché ti parlo spesso del vivere nel mio Volere, cui finora non ho manifestato a nessuno, al più hanno conosciuto l’ombra della mia Volontà, la grazia, la dolcezza che il farla Essa contiene, ma penetrarvi dentro, abbracciare l’immensità, moltiplicarsi con Me e penetrare ovunque, anche stando in terra, e in Cielo e nei cuori, deporre i modi umani ed agire coi modi divini, questo non è conosciuto ancora. Tanto che a non pochi apparirà strano, e chi non tiene aperta la mente alla luce della verità non ne comprenderà un’acca. Ma Io a poco a poco mi farò strada manifestando ora una verità, ora un’altra di questo vivere nel mio Volere, che finiranno col comprenderlo.

Ora, il primo anello che congiunse il vero vivere nel mio Volere fu la mia Umanità. La mia Umanità immedesimata con la mia Divinità nuotava nel Voler Eterno, ed andava rintracciando tutti gli atti delle creature per farli suoi, e dare al Padre da parte delle creature una gloria divina, e portare a tutti gli atti delle creature il valore, l’amore, il bacio del Voler Eterno. In questo ambiente del Voler Eterno Io vedevo tutti gli atti delle creature possibili a farsi e non fatti, gli stessi atti buoni malamente fatti, ed Io facevo i non fatti e rifacevo i malamente fatti. Ora, questi atti non fatti e fatti solo da Me, stanno tutti sospesi nel mio Volere, ed aspetto le creature che vengano a vivere nel mio Volere e che ripetano nella mia Volontà ciò che feci Io.

Perciò ho scelto te come secondo anello di congiunzione con la mia Umanità, facendosi uno solo col mio, vivendo nel mio Volere, ripetendo i miei stessi atti. Altrimenti da questo lato il mio amore rimarrebbe senza sfogo, senza gloria da parte delle creature di ciò che operava la mia Divinità nella mia Umanità, e senza il perfetto scopo della Creazione, cui deve racchiudersi e perfezionarsi nel mio Volere. Sarebbe come se avessi sparso tutto il mio sangue, sofferto tanto, e nessuno lo avrebbe saputo; chi mi avrebbe amato? Quale cuore ne resterebbe scosso? Nessuno, e quindi in nessuno avrei avuto i miei frutti, la gloria della Redenzione”.

Ed io interrompendo il dire di Gesù, ho detto: “Amor mio, se tanto bene c’è in questo vivere nel Voler Divino, perché non lo avete manifestato prima?”

E Lui: “Figlia mia, dovevo prima far conoscere ciò che fece e soffrì la mia Umanità al di fuori, per poter disporre le anime a conoscere ciò che fece la mia Divinità al di dentro; la creatura è incapace di comprendere tutto insieme il mio operato, perciò vado a poco a poco manifestandomi. Poi dal tuo anello di congiunzione con Me saranno congiunti gli altri anelli delle creature, ed avrò stuoli di anime, che vivendo nel mio Volere rifaranno tutti gli atti delle creature, ed avrò la gloria di tanti atti sospesi fatti solo da Me, anche dalle creature, e queste di tutte le classi: vergini, sacerdoti, secolari, a seconda del loro ufficio non più umanamente opereranno, ma penetrando nel mio Volere, i loro atti si moltiplicheranno per tutti in modo tutto divino, ed avrò la gloria divina da parte delle creature di tanti sacramenti ricevuti ed amministrati in modo umano, altri profanati, altri infangati dall’interesse, di tante opere buone in cui resto più disonorato che onorato.

Lo sospiro tanto questo tempo, e tu prega e sospiralo insieme con Me, e non spostare il tuo anello di congiunzione col mio, incominciando tu per prima”.

LUCIANO MIRIGLIANO

Chiesa Cattolica

“MACELLAI!”

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Leggere che cosa Padre Pio da Pietrelcina scrisse al suo confessore, Padre Agostino, il 7 aprile 1913.

In questo sofferto scritto il santo descrive un’apparizione di Cristo, agonizzante a causa del comportamento degli indegni sacerdoti:

«Venerdì mattina ero ancora a letto, quando mi apparve Gesù. Era tutto malconcio e sfigurato. Egli mi mostrò una grande moltitudine di sacerdoti regolari e secolari, fra i quali diversi dignitari ecclesiastici; di questi, chi stava celebrando, chi stava parando e chi stava svestendo delle sacre vesti.

La vista di Gesù in angustie mi dava molta pena, perciò volli domandargli perché soffrisse tanto. Nessuna risposta n’ebbi. Però il suo sguardo si riportò verso quei sacerdoti; ma poco dopo, quasi inorridito e come se fosse stanco di guardare, ritirò lo sguardo ed allorché lo rialzò verso di me, con grande mio orrore, osservai due lagrime che gli solcavano le gote. Si allontanò da quella turba di sacerdoti con una grande espressione di disgusto sul volto, gridando: “Macellai!”.

E rivolto a me disse: “Figlio mio, non credere che la mia agonia sia stata di tre ore, no; io sarò per cagione delle anime da me più beneficate, in agonia sino alla fine del mondo. Durante il tempo della mia agonia, figlio mio, non bisogna dormire.

L’anima mia va in cerca di qualche goccia di pietà umana, ma ohimè mi lasciano solo sotto il peso della indifferenza. L’ingratitudine ed il sonno dei miei ministri mi rendono più gravosa l’agonia. Ohimè come corrispondono male al mio amore! Ciò che più mi affligge è che costoro al loro indifferentismo, aggiungono il loro disprezzo, l’incredulità.

Quante volte ero li per li per fulminarli, se non ne fossi stato trattenuto dagli angioli e dalle anime di me innamorate… Scrivi al padre tuo e narragli ciò che hai visto ed hai sentito da me questa mattina. Digli che mostrasse la tua lettera al padre provinciale…”. Gesù continuò ancora, ma quello che disse non potrò giammai rivelarlo a creatura alcuna in questo mondo. Questa apparizione mi cagionò tale dolore nel corpo, ma più ancora nell’anima, che per tutta la giornata fui prostrato ed avrei creduto di morirne se il dolcissimo Gesù non mi avesse già rivelato… Gesù purtroppo ha ragione di lamentarsi della nostra ingratitudine! Quanti disgraziati nostri fratelli corrispondono all’amore di Gesù col buttarsi a braccia aperte nell’infame setta della massoneria!

Preghiamo per costoro acciocchè il Signore illumini le loro menti e tocchi loro il cuore. Fate coraggio al nostro padre provinciale, che copioso soccorso di celesti favori ne riceverà dal Signore. Il bene della nostra madre provincia deve essere la sua continua aspirazione. A questo devono tendere tutti i suoi sforzi. A questo fine devono essere indirizzate le nostre preghiere, tutti a ciò siamo tenuti. Nel riordinamento della provincia non potranno mancare al provinciale le difficoltà, le molestie, le fatiche; si guardi però dal perdersi d’animo, il pietoso Gesù lo sosterrà nell’impresa. La guerra di quei cosacci si va sempre più intensificando, ma non li temerò coll’aiuto di Dio» (Epist. I, 350, in Padre Pio da Pietrelcina, Epistolario I a cura di Melchiorre da Pobladura e Alessandro da Ripabottoni, San Giovanni Rotondo 2004, p. 64).

 

Dolore del Papa. L’umiltà.

Questa mattina il benedetto Gesù mi faceva vedere il Santo Padre con le ali aperte, che andava in cerca dei suoi figli per raccoglierli sotto le sue ali, e sentivo i suoi lamenti, che diceva: “Figli miei, figli miei, quante volte ho cercato di radunarvi sotto le mie ali e voi mi sfuggite! Deh! ascoltate i miei lamenti ed abbiate compassione del mio dolore!” E mentre ciò diceva, piangeva amaramente, e pareva che non erano i soli secolari che si discostavano dal Papa, ma anche i sacerdoti, e questi davano più dolore al Santo Padre. Quanta pena faceva vedere il Papa in questa posizione! Dopo ciò, ho visto Gesù che faceva eco ai lamenti del Santo Padre e soggiungeva: “Pochi sono quelli che sono rimasti fedeli, e questi pochi vivono come volpi rintanati nelle proprie tane, hanno timore d’esporsi per tirarsi i propri figli dalla bocca dei lupi; dicono, propongono, ma sono tutte parole gettate al vento, mai giungono ai fatti”. Detto ciò è scomparso. Dopo poco è ritornato ed io mi sentivo tutta annientata in me stessa alla presenza di Gesù, e Lui vedendomi annichilita mi ha detto: “Figlia mia, quanto più ti abbassi in te stessa, tanto più mi sento tirato ad abbassarmi verso di te ed empirti della mia grazia, ecco perciò che l’umiltà è foriera della luce”.

LdC – III Vol. 17 Marzo 1900

 

«Mia cara vittima, prega per i sacerdoti, specialmente in questo tempo di mietitura. Il Mio Cuore ha trovato in te il Suo compiacimento e per te benedirà la terra».

Diario della Divina Misericordia – Santa Maria Faustina Kowalska

Chiesa Cattolica

PAPA BERGOGLIO NEGA L’ESISTENZA DELL’INFERNO. UNA ENORMITÀ RIMBALZATA SUI GIORNALI DI TUTTO IL MONDO.

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“Ma cosa deve pensare un povero cattolico che la mattina del Giovedì santo si collega a Internet e viene a sapere che il Papa ha raccontato a un vecchio giornalista suo amico che l’inferno non esiste e le anime che non si pentono semplicemente scompaiono? Un Papa che nega due verità di fede: l’Inferno e l’immortalità dell’anima. Non può essere, non è mai accaduto nella storia della Chiesa. E poi proprio all’inizio del Triduo pasquale, dove riviviamo il sacrificio di Cristo, che è venuto a salvarci dal peccato. Un tempismo diabolico. Se non c’è l’inferno non c’è neanche la salvezza. Poco importa se non si tratta di un testo magisteriale ma dell’ormai solito articolo del fondatore di Repubblica, Eugenio Scalfari, che trascrive a senso un colloquio avuto a Santa Marta con papa Francesco. L’affermazione è di una enormità inaudita e dalle conseguenze devastanti.

Non è possibile, non è possibile che il Papa pensi questo; e ancor meno che lo dica così a cuor leggero in una conversazione con un giornalista che si sa avere l’abitudine di trascrivere i colloqui con il Papa, e che la Santa Sede già due volte ha smentito (pur sempre lasciando molti dubbi). Eppure dal Vaticano silenzio. Silenzio malgrado dal primo mattino diversi giornalisti abbiano chiesto immediatamente lumi ai responsabili della Sala Stampa.

Passano le ore, la notizia fa il giro del mondo: «Il Papa nega l’esistenza dell’Inferno». Equivale a dire che la Chiesa per Duemila anni ha scherzato, ha preso in giro un bel po’ di gente. Non solo sull’esistenza dell’Inferno. Dice il catechismo della Chiesa cattolica al no. 1035:«La Chiesa nel suo insegnamento afferma l’esistenza dell’inferno e la sua eternità. Le anime di coloro che muoiono in stato di peccato mortale, dopo la morte discendono immediatamente negli inferi, dove subiscono le pene dell’inferno, “il fuoco eterno”. La pena principale dell’inferno consiste nella separazione eterna da Dio, nel quale soltanto l’uomo può avere la vita e la felicità per le quali è stato creato e alle quali aspira».

Se si può negare questa verità o metterla in discussione, perché non si potrebbe fare lo stesso con tutte le altre verità di fede? Perché credere alla santissima Trinità, o a Dio creatore, o all’Incarnazione? Le ricadute di una tale affermazione sono esplosive, significa negare la stessa funzione della Chiesa. Non è possibile che il Papa possa dire una enormità del genere. Eppure, continuano a passare le ore e dal Vaticano nulla, malgrado il pressing asfissiante dei giornalisti.

Finalmente, poco dopo le 15 la Sala Stampa si degna di diffondere un comunicato che smentisce le parole di Scalfari:

«Il Santo Padre Francesco ha ricevuto recentemente il fondatore del quotidiano La Repubblica in un incontro privato in occasione della Pasqua, senza però rilasciargli alcuna intervista. Quanto riferito dall’autore nell’articolo odierno è frutto della sua ricostruzione, in cui non vengono citate le parole testuali pronunciate dal Papa. Nessun virgolettato del succitato articolo deve essere considerato quindi come una fedele trascrizione delle parole del Santo Padre».

Si tira un sospiro di sollievo. In effetti non poteva essere possibile che il Papa affermasse con tanta leggerezza una enormità del genere. Eppure… Eppure qualcosa non torna. Nove ore per smentire una clamorosa eresia attribuita al Papa: da non credere, una cosa che meriterebbe le dimissioni in blocco di tutti i responsabili della comunicazione vaticana.

E poi il contenuto della smentita, assolutamente inadeguata alla gravità della materia. Non si afferma che Scalfari si è inventato tutto, come qualcuno si è precipitato a scrivere. Le affermazioni sono molto più prudenti per non dire ambigue:

1. Si dice che l’incontro tra il Papa e Scalfari c’è stato ma non era concepito come intervista. Già, ma a parte la prima volta, tutti gli incontri di Scalfari con Francesco erano colloqui privati che poi puntualmente sono finiti sulle pagine di Repubblica. Si poteva dare dunque per scontato che anche stavolta sarebbe andata così;

2. Quanto scritto su Repubblica, secondo la Sala Stampa, non è inventato ma è una «ricostruzione», semplicemente «non sono le parole testuali del Papa». Se l’italiano non è un’opinione vuol dire comunque che dell’argomento si è parlato e qualcosa del genere è stato detto, tanto che si precisa che le parole non sono state trascritte fedelmente.

Bisogna ricordare che nelle occasioni precedenti in cui la Sala Stampa era dovuta intervenire per smentire gli articoli di Scalfari, l’allora portavoce padre Lombardi aveva precisato che la trascrizione non era fedele, però riportava «il senso e lo spirito del colloquio».

Non solo, non è neanche la prima volta che Scalfari attribuisce al Papa questo pensiero sull’inferno. Scriveva infatti lo scorso 9 ottobre: «Papa Francesco – lo ripeto – ha abolito i luoghi di eterna residenza nell’Aldilà delle anime. La tesi da lui sostenuta è che le anime dominate dal male e non pentite cessino di esistere mentre quelle che si sono riscattate dal male saranno assunte nella beatitudine contemplando Dio».

Allora non fu smentito, forse perché l’articolo non si presentava come una intervista diretta al Pontefice o perché era inserito all’interno della recensione di un libro di mons. Paglia. Resta il fatto che Scalfari, nelle sue «ricostruzioni» già da tempo insiste nel dire che con lui il Papa nega l’esistenza dell’Inferno.

Tali enormità vanno smentite con ben altra convinzione e determinazione, con la coscienza della gravità del fatto, e magari cogliendo l’occasione per ribadire la dottrina della Chiesa in materia (noi lo facciamo oggi, clicca qui). Ma soprattutto, visto che dell’argomento si è trattato, spiegare che cosa ha veramente detto il Papa a Scalfari, spazzando via così ogni ambiguità e confusione sull’argomento.

Infine, a questo punto, visto che è recidivo, si potrebbero anche valutare azioni legali nei confronti di Scalfari se è vero che approfitta di un’amicizia e, forse, di una debolezza del Papa, per gettare scompiglio nella Chiesa. E certamente anche l’Ordine dei Giornalisti avrebbe l’obbligo di intervenire come farebbe, per molto meno, nei confronti di altri colleghi.

Chiunque, potendolo evitare, permetta che questa farsa vada avanti ne è complice.”

 

Riccardo Cascioli

(Altro articolo NBQ)